Meditare figure - Riflessività e immaginazione
di Paolo Mottana 4


Apparentemente l’atto immaginativo sembra muoversi in direzione diversa, se non opposta, rispetto a quello riflessivo. Anzi, a voler essere un poco rigidi, sembrerebbero simboleggiare, l’uno e l’altro, due diverse promesse di relazione conoscitiva con la realtà. In effetti, comunemente, si tende ad accreditare l’atto riflessivo di una virtus comprensiva e di una elaborazione concettualizzante del dato esperienziale, laddove l’immaginare è inteso perlopiù, e secondo una ormai lunga tradizione, come un atto irrealizzativo, finzionale e, in fin dei conti, deviante rispetto a una rigorosa progettualità conoscitiva.
La cattiva fama dell’immaginazione, soprattutto da quando si è affermato un paradigma di stampo razionale e scientifico nell’orbe epistemico, è cosa risaputa e, nella migliore delle ipotesi, ne si accredita il contributo laddove, nelle pratiche creative o artistiche in particolar modo, il gesto inventivo ritrova una sua, peraltro subalterna, legittimazione. Ricordare questo dissidio non è peregrino poiché, come si sa, e come è stato ben presentificato in una importante tradizione filosofica, concetto e simbolo - il primo da considerarsi il figlio elettivo dell’attività riflessiva, l’altro prodotto dell’atto immaginativo e intuitivo - si son disputati con veemenza il potere della conoscenza.


1. Simbolo e concetto

Laddove il simbolo, secondo una certa tradizione ermeneutica, sembra connettere in forma figurale un campo di manifestazione empirica o spirituale esponendolo a una ineliminabile ambiguità interpretativa, il concetto, per converso, avrebbe il potere di unificare in una sintesi logica dominabile, il frutto di un’appercezione di volta in volta sensibile o intelligibile.
Il concetto, da questo punto di vista, sarebbe inscrivibile in una traiettoria conoscitiva volta a sussumere il reale in una presa logica di ordine sintetico-categoriale, laddove il simbolo, come esito di una visione o intuizione fondamentalmente irrazionale, restituirebbe una conoscenza incerta, tensionale, anfibologica e soprattutto immaginale. Si tratta di due figure del discorso filosofico fondamentalmente opposte, che rinviano a due famiglie epistemologiche in forte attrito, anche se, va detto, in qualche caso si è tentato di porle in dialogo, per esempio nella cosiddetta epistemologia della complessità.
Ho ritenuto importante rievocare questo scenario perché non si può prescindere totalmente da esso nel riconfigurare una relazione, quella appunto tra riflessività e immaginazione, (dove piuttosto che i prodotti sono in gioco gli atti conoscitivi), fortemente segnata da questa storia di attriti e incomprensioni. Il che peraltro non vieta che, come cercherò di spiegare, l’una non si possa riconfigurare in accordo con l’altra.


2. Immaginare e riflettere

Tuttavia occorre precisare che il destino più infausto spetta, nel nostro mondo epistemico, all’immaginazione piuttosto che alla riflessione. Un trattamento infausto in cui incorre, per esempio chi, come me, da tempo sostiene la necessità di compensare e di arricchire un territorio, quello della cultura educativa ma non solo, ampiamente dominato da modelli di ricerca e di azione fondati su una pretesa scientificità logica e su opzioni epistemologiche radicate in una tradizione di tipo razionalistico, con una cognizione tramata e alimentata dalle fonti immaginali dell’arte e della poesia, fonti eminentemente simboliche, refrattarie a un trattamento astrattizzante e oggettivante.
Questo non è affatto pacifico e me lo dimostra la persistente riluttanza ad accogliere l’idea che si possa conoscere per immagini simboliche (id est immagini che decostruiscono la maschera consuetudinaria del reale per rielaborarne il volto attraverso una esplorazione ricettiva del reale. Come dire, fare il vuoto, abolire la vista che domina per sostituire una visione che accoglie partecipativamente, cioè: la sedia non è solo un manufatto con seduta e schienale, ma anche un invito o un rifiuto di materie combinate secondo un’emozione che intessono con uno spazio un reticolo di retentissements).
Le immagini simboliche fanno sinestesia e scappano dalle finestre quando si cerca di chiudere le porte del ragionamento. Ad esse non si convengono diagnosi e non restituiscono prescrizioni: stanno come presenze nell’aperto e la loro soglia, come è noto, è iniziatica: passiva, paziente, immanente. Nessuno sguardo dall’alto o dal di fronte, piuttosto circumambulazione, attesa, torsione.
Cosa se ne ricava? Nulla se non una connessione nervosa, corporale, una improvvisa ma pervasiva sensazione di interconnessione. Le immagini simboliche implicano e aderiscono, morbosamente, dove trovano spiraglio. Alla chiusa e difensiva pratica del destinare nomi alle cose, esse oppongono l’assenza di nome, la stoffa del mondo che ritorna la sua essenziale estraneità. La bottiglia di Morandi non si può più maneggiare e non versa, piuttosto apre una fessura nel reale dove luce e materia sconfinano l’una nell’altra, assicurandoci che il disordine quantico non è poi una inquietante astrazione (né lo sono le manifestazioni di dissoluzione e rigenerazione animata che ineriscono i corpi materiali, o l’apparizione di una fluidità che non interessa il contenuto, quanto semmai il contenente di una relazione di contenimento…). Esse non appellano un io, né un cogito, piuttosto un cogitor, un esser pensato che, a patto di defluire serenamente dalle sue persuasioni tenaci, si fa permeabile e molteplice.
Allora si vede bene che un’idea di riflessività inumidita dalle immagini destabilizza ogni progetto e forse anche ogni intenzione (specie se aggressivamente pragmatica). Nel momento in cui l’immagine lavora, l’io si squaglia e cede campo agli infiniti mondi e possibili, o, se si preferisce, alle singolarità nomadi, giochi di superficie che interdicono l’abbaglio dell’appropriazione. Sostare tra le immagini, questa natura d’immagine, mi fa più perplesso e la mia riflessività si dipana come si rifrange una pietra colpita dal raggio di sole nell’acqua: barbagli e filamenti, in cui, incidentalmente, il ricettacolo ispirato del mio sapere coglie il riverbero delle innumerevoli corrispondenze.


3. Meditare le immagini

L’immaginazione appella la riflessione ma ne muta il profumo, la densità, il destino. Non produce verità se non nel senso che intercetta i bagliori di un’esposizione nel nascondimento che non ha mai fine. Offerta e ritiro sono i poli indisgiungibili di una dinamica che si smembra e rimembra continuamente, senza coagularsi mai in forma definitiva.
L’immagine ricca, pregna di coimpossibilità, quelle che il mondo retto non ha scelto di essere, per seguire Leibniz, insegna alla riflessione a dimorare dove ogni cosa ancora mi inquieta, mi incita a non assumerla in quanto datità manipolabile, semmai a recepirne la trascendenza materica, lo statuto di cometa inafferrabile. La terra della Saint-Victoire si muove, si fende e prorompe, proprio quando mi sembrava immobile. Si confonde con il cielo e annichila il sicuro limite dei campi coltivati, la linea precisa dei tronchi, il profilo saldo delle case. Attraverso il lavoro dell’immaginazione creatrice, che raccoglie e raccoglie (non irrealizza, semmai recede alla cosiddetta realtà per attingere la continuità invisibile del reale), la montagna si dissipa e mi chiede di farmi materia, per interposta sottrazione. La visione sottrae e io ne vengo sottratto. Il cielo si fa terra, come il mio sguardo, divento terroso, terrestre.
Una riflessione in accordo con il venir meno della presa (il concetto che ordina e assicura) viene in soccorso della minorità del mondo, puro schermo su cui la coscienza razioide deposita la rete delle sue categorie. Di questo c’è assoluto bisogno, in un mondo abusato, dominato, profittato. In un uomo, questo uomo, ispezionato, sorvegliato, oggettivato. Rifletto in una comprensione poetica, che non sostituisce il flusso d’immagine con il detergente della parola che decide il reale. Riflettere l’immagine è filarne il processo, accondiscendere alla sua deriva: come posso dire, in un’ecfrasi che non sia espropriazione e colonizzazione, la materia elusiva e allusiva, della musica che simboleggia con il mondo? Per metafore e sinestesie, per analogie, che dilatano e innervano ancora e ancora il divenire nel divenire. La musica è voce della materia, presenza vivente e organica che fa segno senza tradire alla potenza espressiva delle cose. Nel cromatismo discendente di un clarinetto minore avverto il calore di sandalo scuro della foresta tropicale, la pelle mulatta della danzatrice e l’odore forte di cannella e liquirizia che mi invade la carne, per restituirmi la connessione perduta, all’incrocio di mille altre possibili concatenazioni.
Ecco allora la necessità di una riflessione che soggiorni nello spazio di un ascolto immaginativo: restare lì, pazienti, a seguire la spirale di questa materia indocile che è la partitura immaginale, la “figura”, oltre ogni destinazione illustrativa o didascalica. L’immagine immaginale non è mai pretesto, ma testo ineludibile, interrogazione e soprattutto presenza, volto, corpo. Con esso si fa i conti per decostruire ogni pretesa ingenua, ma ancor più ogni congiura del significato che miri a padroneggiare il reale, a esercitare il controllo.
Il nostro compito più urgente è: meditare figure. Stare nell’immagine è lento, denso e faticoso, proprio perché de-lude dal gioco meccanico dell’attribuzione di luogo nel noto. E’ sempre immersione nell’ignoto, l’ignoto o l’invisibile che giace proprio alla superficie, nell’aisthesis rivelata dalla distillazione simbolica della cosa. Qualcosa che non ci viene affatto naturale, che ci è impedito da una vocazione a dominare il mondo e a farne strumento del nostro affermarci.
Non è tempo di affermazioni, semmai di dissoluzioni. Anche il fare ha bisogno di abbeverarsi alla fonte biforcuta dell’immagine simbolica, per arredare il gesto dello spirito delicato dell’attesa e del divenire. Ma l’immagine è difficile da intendere, perché non chiede il nome, e soprattutto non chiede il nome dietro cui zittirla. Chiede di inscriversi in un commento a bassa voce, un commento che faccia corpo con il ricettacolo in cui si situa, anima mundi, carne di mondo.
In fondo è questo la decostruzione, ostinato arretramento, non verso l’origine che non c’è, ma verso la deriva in cui insiste il flusso delle cose di cui anche noi siamo solo un frammento. Frammento eletto a riflettere appunto, a riverberare, a far risuonare la cosa perché ci situi, ci invii la nostra destinazione, di effimeri semidei, creature incompiute che assolvono la missione di mantenere, non quella di disporre e deliberare, quella semmai di preservare e restituire. “Abitare la terra poeticamente”, diceva l’oracolo tra i nostri più prossimi. Noi disattendiamo questo compito e ci facciamo caotici e astratti, distratti, diserediamo e estenuiamo la materia.
E’ allora questo l’oggetto della riflessione, compito rieducativo per eccellenza, cui ogni singola cosa del nostro operare non si sottrae, sia essa luogo, persona, scritto. Ogni cosa chiede attenzione, chiede un cogitor, chiede accoglienza.
Sarebbe allora troppo facile descrivere cosa questo significa in educazione, nei luoghi dove si tramanda il sapere. Ma il rischio è fare catechismo invece che riflessione poetica.
Sempre più avanti, enormemente più avanti è l’allusione delfica, che tra noi moderni ha nome poesia, vera fonte di ogni riflessione che non sia di alimento al dominio ma all’armoniosa corrispondenza:


“…e queste cose che vivon
di morire,
lo sanno che tu le celebri; passano
ma ci credono capaci di salvarle, noi che passiamo più
di tutto.
Vogliono essere trasmutate, entro il nostro invisibile
Cuore
In  - o infinito - in noi! Quale che sia quel che siamo alla
Fine”.

(Rainer Maria Rilke, IX Elegia)

4 Professore ordinario, Filosofia dell’educazione ed Ermeneutica della formazione, Facoltà di Scienze della Formazione, Università degli Studi di Milano Bicocca.
 

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