Angeli riflessivi
di Giuseppe Varchetta 2

Riflessività. La riflessione vive nel tempo
e si proietta davanti a sé, intenziona sempre qualcosa al di là di sé.
Ciò che scopre è la verità, una verità che era in me,
ma addormentata, obliata.
(Enzo Paci, 1961)


Camminano vicino a noi; li incrociamo nelle strade e nelle piazze. Non ce ne accorgiamo incapsulati come siamo nei nostri problemi quotidiani, distolti all’attenzione e allo sguardo dalle nostre ansie. Sono angeli quelli che camminano vicino a noi e che incrociamo sul nostro cammino. Sono come noi ma insieme da noi differenti. Sono i giovani e le giovani del lavoro precario, gli insegnanti della scuola di ogni ordine e grado, gli extracomunitari “gettati” in questo nostro Paese che sembra vivere alla fine dei tempi, le donne che lavorano legate al doppio binario del mestiere e della famiglia, le persone anziane, i vecchi nella loro solitudine orgogliosa e insieme astiosa. Sono angeli in quanto attori di una competenza peculiare e distintiva a sopravvivere malgrado tutto, contro tutto, sopra di tutto. Sono angeli, insieme, per un’altra prospettiva che nutrono spesso inconsapevolmente: sono capaci di riflessione.
In altre parole questi nostri contemporanei, queste donne e questi uomini, stanno diventando angeli perché capaci nello stesso tempo di fare e di pensare.
Primo Levi ci ha parlato degli angeli come di un possibile per l’uomo, di un traguardo a portata di mano per una strategia educativa attenta alle capacità potenziali delle donne e degli uomini (Levi 1987/1990). Aldo Giorgio Gargani ci racconta che quando noi si pensa agli angeli, o scriviamo qualcosa sugli angeli, in realtà stiamo raccontando di una memoria ritrovata; infatti un angelo è soltanto una donna e un uomo ritornati (Gargani, 1989).


1. Modernizzazione riflessiva

Viviamo un mondo senza tempo, indicato anche come un mondo alla fine dei tempi (Žižek, 2010). Ci confrontiamo quotidianamente con la crisi ecologica, squilibri socioeconomici crescenti e uno sviluppo incontrollabile delle divisioni e delle esclusioni sociali.
Viviamo un mondo che la ricerca sociale più accreditata indica come società del rischio. Il grande contratto sociale della modernità, nel quale ciascun soggetto ha scambiato porzioni della propria libertà individuale, frenando una determinata porzione delle pulsioni del principio del piacere, per ottenere dall’Istituzione garanzie crescenti di sicurezze, sembra definitivamente superato.
Noi tutti nella nostra contemporaneità, soggetti individuali e collettivi, viviamo una situazione opposta a quella del moderno caratterizzata da una crescente libertà, ma contemporaneamente contrassegnata da una crescente insicurezza.
I soggetti umani individuali e collettivi stanno, in altre parole, scambiando in questi anni porzioni crescenti di libertà di pensiero, d’azione, di iniziativa, con altrettanto crescenti zone di incertezza: ognuno di noi è più incerto non solo del proprio domani, ma anche del proprio oggi e il comune divenire è segnato profondamente da tracce di disincanto e precarietà. Si è così via via ramificata in più luoghi e consolidata una società del rischio: lo sviluppo di sistemi astratti di conoscenza (telecomunicazioni, mercati finanziari, imprese globali) con un dato livello di garanzia prodotto dalla loro applicazione generalizzata è caratteristica crescente della nostra contemporaneità, con la conseguenza di un aumento esponenziale di vissuti individuali e collettivi di rischio di fronte alla delega fiduciaria forzata a tali sistemi astratti (Beck, 1986).
La società del rischio si confronta con un mondo che sembra essere stato abbandonato dal senso. Noi oggi siamo al di là di una crisi del senso. Sentiamo tutti l’assenza di un nostro mondo o nei casi meno dolorosi di una sua deriva. Cerchiamo sempre, ma con crescente difficoltà, un mondo nel quale orientarci e stare con altri. Essere al mondo significa infatti essere in relazione con altri ed è appunto la relazione, come scambio, dono, riconoscenza, che genera le sfide più alte e sovente le delusioni più cocenti.
Una prima risposta - a livello individuale - è una “obbligata” riflessività che gli attori del nostro tempo sembrano testimoniare con capacità crescente: siamo diventati soggetti “perennemente” riflessivi, in risposta all’angoscia pervasiva indotta dal crescente, caotico sviluppo insieme caratterizzato da opportunità e rischi.
Con modernizzazione riflessiva si può intendere un processo non controllato, non voluto, di accelerazione della erosione dell’ordine della modernità “classica” e un processo di crescente consapevolezza degli attori umani, di natura cognitiva, verso i rischi di autodistruzione, con una nuova capacità di elaborazione critica.
Mentre nella modernità “classica” la dimensione riflessiva si veicolava attraverso le istituzioni sociali portanti (partiti, sindacati, ecc.), nella nostra contemporaneità tali fondamenti si dissolvono e la modernizzazione riflessiva è un progetto di individualizzazione, di autoriflessione narrativa, attraverso il quale, alla globalizzazione e ai rischi incontrollabili ad essa connessi, si affaccia un’opera solitaria di autocostruzione di storie individuali autorganizzantesi (Beck, Giddens, Lasch, 1994).
Le donne e gli uomini sono naturalmente poietici, nel senso che sono attori di una competenza distintiva orientata al fare. L’essere umano agisce naturalmente mettendosi in relazione con il proprio ambiente e con gli altri, orientato dalla propria ontologica trascendenza.
Il significato (sense making) è sempre un costrutto retroattivo, un ex post che segue temporalmente l’azione. Nella modernità, come già brevemente accennato, il sense making era garantito da Istituzioni collettive, solide, capaci di garantire ai soggetti umani, attori agenti, un approdo predefinito di significato, nel quale tutti tendenzialmente potevano trovar casa ed essere riconosciuti. Tutto questo, come già detto, è naufragato nel nostro tempo, che ormai peraltro, in quanto società del rischio, genera esponenzialmente bisogni di significato condivisibile.
Gli angeli del nostro tempo sono capaci accanto al fare di pensare, passando dall’azione (l’agire in sé) all’esperienza (interrogarsi su perché si è agito e cercare una risposta) attraverso appunto l’investimento riflessivo.


2. Riflessività contemporanea

Quella meta-competenza che nel testo definiamo “una nuova capacità di riflessione” ha nelle nostre intenzioni un riferimento diretto al tema della riflessività divenuto oggi centrale in tutte le analisi sociali. A questo proposito occorre innanzitutto non equivocare. Riflessività è la nota qualitativa di un mondo, quello contemporaneo, nel quale nell’esperienza dei più sembra caduta ogni possibilità di previsione. Contemporaneamente è un deterioramento dei fondamenti della modernità classica, che si crea dentro le reti e come tale non intenzionale, perché le reti hanno una bassa consapevolezza, agendo come ex-post e non come ex-ante. Nell’eccezione dei tre autori (Beck, Giddens, Lasch, 1994, 1996), che più di altri hanno ricercato e meditato su tale tema, “modernizzazione riflessiva” - all’interno di tale filone di ricerca - è un punto di vista organico, denso, e in sé opaco, come tale inseparabile: la “modernizzazione” è infatti monca fino a quando non è “riparata” dall’attribuzione “riflessiva”, attraverso la quale le donne e gli uomini del nostro tempo giungono alla consapevolezza di se stessi, come inevitabili presenze nel mondo concepito come costruzione e compito quotidiani. Nelle società liberal-democratiche contemporanee si sviluppano infiniti stili di vita, nei quali l’io del soggetto umano contemporaneo è continuamente cangiante e connesso con identità insieme molteplici e mutevoli.
Non vi è convergenza assoluta delle contribuzioni degli autori sul significato e sulle conseguenze della “modernizzazione riflessiva”, anche se la lettura “incrociata” delle diverse argomentazioni può essere legittimamente collocata sullo sfondo di un quadro di macroriferimento generale relativo a una società - la nostra - nella quale è in atto una straordinaria, profonda trasformazione strutturale e culturale-emozionale, con un incremento della libertà di azione dei soggetti individuali e collettivi e un corrispondente decremento della sicurezza emozionale e strutturale.
U. Beck sottolinea due variabili centrali della prospettiva della “modernità riflessiva”: un processo non controllato di accelerazione dell’erosione dell’ordine della modernità “classica”, fino alla produzione di una società del rischio; un processo di crescente consapevolezza degli attori umani, di natura cognitiva, verso i rischi di autodistruzione, con una nuova capacità di elaborazione critica.
Mentre tuttavia nella modernità “classica” la dimensione riflessiva si veicolava attraverso le istituzioni sociali portanti (partiti, sindacati, ecc.), nella nostra contemporaneità tali fondamenti, secondo Beck, si dissolvono e la “modernizzazione riflessiva” è un progetto di individualizzazione, di autoriflessione narrativa, attraverso il quale alla globalizzazione e ai rischi incontrollabili ad essa connessi, si affaccia un’opera solitaria di autocostruzione di storie individuali autorganizzantesi.
A. Giddens registra la fiducia “forzata” data allo sviluppo dei sistemi astratti di conoscenze (telecomunicazioni, mercati finanziari, imprese multinazionali) dichiaranti un dato livello di garanzia generato dalla loro applicazione generalizzata, come una delle caratteristiche crescenti della nostra contemporaneità. Tale tendenza non arrestabile induce la nostra società ad una “obbligata” riflessività: è la consapevolezza del rischio della delega “forzata” ai sistemi astratti a rendere insonne il tempo della donna e dell’uomo contemporanei, verso una ricerca incessante di informazioni e dati di controllo, nel tentativo di ridurre i rischi del nostro tempo. Siamo diventati soggetti “perennemente” riflessivi in risposta all’angoscia pervasiva indotta dal crescente disordinato, caotico, crescere contemporaneo di opportunità e rischi.
La riflessività contemporanea genera da parte della modernità secondo S. Lasch una crescente autoconsapevolezza di se stessa con ritorni sulla capacità di immaginazione a costruire il mondo sociale.
Gli attori di questa crescente consapevolezza sono i sistemi esperti, per loro natura irriducibilmente molteplici, conflittuali e, conseguentemente, non idonei a ridurre la potenziale anomia/insicurezza. L’idea di comunità protegge dalla carenza normativa e istituzionale della società liberal-democratica ed è riproposta da Lasch con un coincidere della modernizzazione riflessiva con la formazione di comunità etiche ed estetiche. Il richiamo di Lasch alle tesi della fenomenologia dello spirito di Hegel non gli impedisce di sottolineare la maggior rilevanza delle variabili estetiche su quelle etiche e di dichiarare i suoi debiti verso la filosofia pragmatista nordamericana di R. Rorty. Di fronte alla crisi crescente delle istituzioni le donne e gli uomini, schiacciati anche da una incontrollabile “rimonta” del rischio, riscoprono la capacità di trovare un accordo sul quale impegnarsi reciprocamente, accordo scoperto e saldato da pratiche di ininterrotta, civile conversazione.


3. Pensare per storie

La prospettiva della riflessività, pur se calata nei contesti organizzativi, apre inevitabilmente a una pluralità di voci nei confronti del “monoteismo della modernità”.
Nella contemporanea società del rischio crescente, parallelamente alle conseguenti insicurezze dell’esperienza organizzativa contemporanea, si è aperta una falla nei confronti dei bisogni di significazione consapevolmente condivisibili: si è generato un ampio divario tra bisogni e risposte, tra domande degli attori e capacità autorevoli degli enti istituzionali un tempo elaboratori di significati comuni. Quasi improvvisamente ci siamo scoperti bisognosi di storie e insieme autori più o meno consapevoli all’interno di un universo di esplosione di storie. Donne e uomini operanti all’interno delle organizzazioni abbiamo cominciato ad ascoltare donne e uomini raccontare le loro storie. Si è fatta strada la convinzione che pensare in modo adeguato gli eventi del nostro tempo debba transitare soprattutto attraverso un pensare per storie.
L’organizzazione contemporanea è come mai bisognosa di apprendimenti collettivi e tale bisogno sembra poter essere soddisfatto da un confronto polisemico, attraverso un individuale pensare per storie e un individuale raccontare storie, nutriti da una nuova, inattesa, individuale capacità riflessiva.
Tutto questo può venire incontro, da una parte, ai bisogni di significazione di ogni donna e di ogni uomo che opera e, dall’altra, per l’organizzazione dell’oggi, al confronto polifunzionale, l’unico capace di garantire verso l’esterno una risposta qualitativamente ricca per affrontare le domande crescenti di qualità e di servizio immerse in un contesto ipercompetitivo.


4. Prospettive

Le prospettive molteplici di rischio generate nella nostra contemporaneità possono essere gestite con buona probabilità di successo attraverso una duplice strategia che interessa: un investimento autoriflessivo di ogni singolo attore sul proprio sé; uno sviluppo della leadership verso note e capacità di contenimento.

Investimento sul sé
Un soggetto umano esposto a tale sfida ha una prima, fondamentale responsabilità: preparare se stesso più adeguatamente a una sfida più impegnativa. Occorre impadronirsi della propria vicenda umana, conoscerne le origini, analizzarne le pieghe, aumentandone la consapevolezza e il controllo. Non si può sapere tutto del mondo e vivere ignoranti di sé. Non lo si può almeno quando si hanno di fronte le due prospettive indicate che, in una certa sapienza del sé, fanno affidamento.
Gli attori delle organizzazioni contemporanee hanno nella comprensione e nella gestione delle emozioni la competenza chiave e più capace di garantire all’organizzazione tutta prospettive di apprendimento e crescita. La ricerca della verità è essenziale e la sua radice è connessa a una versione delle storie e delle vicende umane che le donne e gli uomini riescono a dirsi e a comunicare agli altri. Ogni operatore organizzativo ha un pre-compito: la comprensione del proprio passato organizzativo, quale unica via contro la “coazione a ripetere il passato” e a liberarsi da un copione tanto rassicurante quanto imprigionante. L’esperienza organizzativa è complessa e la sua comprensione esige una lettura non banale, bensì densa, profonda, capace di cogliere “trama e ordito”.
Nel commento di un recente libro di Kets de Vries, G. P. Quaglino riprende una battuta di J. Thurber: “Tutti, prima di morire, dovrebbero cercare di capire da dove fuggono, verso dove e perché”, rispondendo “[…] che si può scappare […] “solo” da una brutta storia”. L’evento generatore della “brutta storia” può per alcuni - i più sfortunati - avere un’origine antica ed essere collocato in quel tempo straordinario che è stata la nostra infanzia; per altri - i più fortunati - è invece ferita recente, segnata da un ricordo prossimo e contingente. La soluzione per entrambe - sottolinea con forza Quaglino - è solo “raccontare un’altra “storia” entro la quale la prima si possa dissolvere e nascondere: un’altra storia che la faccia finita” (Quaglino, 2011).
A questa comune e diffusa “condizione umana” non si sottraggono coloro che nelle organizzazioni operano. Costoro nelle trame fitte e sovente oscure dell’esperienza organizzativa coltivano inconsapevolmente intrecci collusivi trasformando l’organizzazione in un rigido intreccio difensivo.
La via maestra per l’apprendimento e l’autorealizzazione personale è quella indicata della scrittura, della narrazione di “un’altra storia che la faccia finita” e che faccia scoprire a tutti che nessuno può essere sottomesso senza il proprio consenso e che questo principio ha cittadinanza anche nell’organizzazione; forse soprattutto nell’organizzazione dei nostri giorni.

Leadership come contenimento
L’ipotesi di lavoro ottimistica che vede un forte incremento di investimenti di riflessione sul sé da parte dei singoli soggetti umani, non destituisce del tutto il ruolo di una leadership capace di agire e di offrire una funzione di contenimento.
Il contenimento può essere definito come una modalità attraverso cui sono tenuti insieme parti o frammenti, o anche come un processo attraverso cui prende forma e consistenza qualcosa precedentemente del tutto informe.
Nella funzione di contenimento espressa dalla leadership è presente anche un aiuto nel presidiare i confini con quanto è esterno e al singolo e al gruppo, con una difesa da stimoli soverchianti interni ed esterni.
Siamo all’interno di un paradigma marcatamente relazionale della leadership, che viene concepita come una interazione reciproca e continua tra chi esercita la funzione di contenimento e i vari fruitori, i cui esiti sono non prevedibili in consonanza con l’ambiguità istituzionale dell’interazione umana.
Nei casi nei quali la funzione di contenimento abbia successo e svolga un ruolo egoico, gli interlocutori della leadership hanno il vissuto di un involucro-contenitore dal quale si è tenuti insieme e protetti dal pericolo di una frammentazione e dispersione eccessive. Le donne e gli uomini che possono godere, in una mutua relazione con la leadership, di un contenimento, vivono emotivamente la costituzione di una sorta di realtà “terza”, un nuovo aggregato. In questa realtà “insieme” costruita e dal contenimento garantita, si evitano le spiagge paralizzanti ed estatiche della simbiosi e si possono cogliere condizioni utili per un adulto per procedere verso una individuale e collettiva progettualità.
La prospettiva della leadership come contenimento consente di sottolineare come nei contesti più marcatamente organizzativi vi sia spazio per un farsi strada di una visione “dialogica” della riflessività: “invece di applicare soltanto metodi, il professionista riflessivo è capace di avere il “feeling” della situazione e di mantenere aperto il dialogo con la situazione stessa e con gli altri attori che vi giocano un ruolo […]; la riflessività dialogica di Schoen non è solo di natura individuale, ma si accoppia con le condizioni specifiche dei contesti organizzativi (che permettono, o non permettono in molti casi, lo sviluppo di pratiche riflessive), ossia con i fattori dell’apprendimento organizzativo” (Tomassini, 2006, p. 37).


5. Nuove opportunità

Le fenomenologie individuali e organizzative indicate, registrate come generatesi intorno al nucleo della nuova riflessività individuale, non vogliono indicare l’abbrivio verso un’utopica soluzione del rapporto conflittuale tra individuo e organizzazione all’interno di modelli di solidarietà organizzativa che, se pensabili negli anni ’90 (Varchetta, 1993), sembrano oggi definitivamente tramontati.
Quello che si è inteso indicare, anche se in estrema sintesi, è la possibilità - che pesa ahimè quasi tutta sulle spalle di ogni singola donna e uomo che operano - di occupare spazi di territorio organizzativo noto ma non esplorato, mappato ma non occupato, all’interno dei quali in una prospettiva di microsviluppo cogliere opportunità che indubbiamente ancora esistono di aumentare l’agio individuale e collettivo.

2 Giuseppe Varchetta, psicosocioanalista, past-president di Ariele, già professore a contratto, Università degli Studi di Milano Bicocca e responsabile dello Sviluppo dell’organizzazione di Unilever e delle Risorse umane di Stagit Spa.

Riferimenti bibliografici

Beck U. (1986), La società del rischio, Carocci, Roma, 2000.
Beck U., Giddens U., Lasch S. (1994, 1996), La modernizzzione riflessiva, Asterios, Trieste, 1999.
Gargani A.G. (1989), L’altra storia, in G. Vattimo (a cura di), Filosofia, 1987, Laterza, Bari.
Levi P. (1987-1990), Opere, Einaudi, Torino.
E. Paci (1961), Diario fenomenologico, Il Saggiatore, Milano
Quaglino P. G. (1997), Psicodinamica della vita organizzativa, Raffaello Cortina Editore, Milano.
Quaglino P. G. (2011), La scuola della vita. Manifesto della terza formazione, Raffaello Cortina Editore, Milano.
Tomassini M. (2006), Le competenze situate e la riflessività, Sviluppo & Organizzazione, 2011.
Varchetta G. (1993), La solidarietà organizzativa, Guerini e Associati, Milano.
Žižek S. (2010), Vivere alla fine dei tempi, Ponte delle Grazie, Milano, 2011.
 

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