Proviamoci... Esperienze di tutoraggio
di Donatella Carrera1

Credo che per parlare di un’esperienza come il tutoraggio sia importante ripercorrere in breve le fasi che hanno avuto una rilevanza significativa per meglio capire cosa vuol dire fare il tutor in diversi contesti.
Non posso che partire dal progetto Trialogo che per primo mi ha accostata alle tematiche del tutoraggio; il progetto nato da un dialogo a tre - scuole, centri di formazione professionale e Regione Lombardia - per progettare, organizzare e gestire un corso di sei mesi, in cui si alternassero momenti in aula e momenti di stage in aziende/enti con tutoraggio.
Il progetto aveva l’obiettivo di mettere a punto segmenti di formazione post-diploma, verificando e valutando la corrispondenza tra i curricoli e le richieste del mondo del lavoro, per poi costruire un possibile modello organizzativo-gestionale di saperi fondamentali e condivisi.

Perché penso sia stato molto importante per la mia professionalità? Perché ha cambiato il mio approccio con il mondo del lavoro ma soprattutto la mia didattica nelle classi.
All’inizio del progetto la comunicazione tra i diversi soggetti coinvolti era molto complessa, la terminologia non aveva gli stessi significati per tutti; gli obiettivi sembravano comuni, ma le vie per perseguirli si presentavano diverse e spesso contrapposte.
Con appositi questionari sono state incrociate le strutture e le competenze richieste a un tecnico di laboratorio intermedio e le strumentazioni utilizzate per poter realizzare una mappa virtuale dei risultati richiesti e ricostruire un percorso comune in grado di dare risposte a più settori.
Mentre il lavoro procedeva si chiarivano via via le priorità che risultavano comuni a più settori e alla scuola stessa. Non più tanta attenzione alle diverse tipologie di analisi e relative strumentazioni che coprivano un ventaglio di possibilità enorme, ma a una buona manualità di base che doveva essere abbinata a una buona capacità nel saper organizzare, gestire e valutare un lavoro.
E la cosa che accomunava tutti era proprio la richiesta di tali abilità trasversali.

Sono partita da questa esperienza per parlare di tutoraggio perché lì ho capito che in ogni situazione di apprendimento, sia teorica che operativa, il ruolo del docente deve essere anche di tutor. In ogni lavoro la parte fondamentale è incrementare le abilità trasversali che permettono allo studente di raggiungere una buona autonomia e sviluppare una buona capacità critica.
Il momento più significativo è quindi la realizzazione di un percorso di analisi del lavoro da affrontare.
Ed ecco che termini semplici come “in che modo attuarlo, in che tempi, con quali strumenti, come procedere e soprattutto motivare le scelte fatte e valutare i risultati in base al raggiungimento degli obiettivi” sono state la chiave di lettura su cui tutti hanno concordato.
Devo dire che nelle mie esperienze successive - alternanza in Italia (per18 anni) e alternanza all’estero (per 5 anni) - ho potuto constatare che quelle premesse erano corrette e funzionavano per tutti i progetti di tutoraggio.

In alcune aziende abbiamo trovato le porte aperte, in altre difficoltà e diffidenza. Ed era proprio in queste ultime situazioni che l’esperienza e una facile sintonia permettevano di aprire porte apparentemente chiuse. Avevamo chiaro come scuola cosa volevamo da loro e cosa offrivamo noi. Non volevamo un percorso intensivo su tecniche che avrebbero richiesto ripetitività, ma un percorso complessivo dal macro al micro con punti di attenzione che fornissero agli studenti spunti per meglio osservare e capire il percorso.

Il lavoro più grande però è stato con gli studenti che, prima dello stage, seguivano un percorso in aula al fine di far comprendere loro i veri obiettivi del progetto, tappa indispensabile per affrontare col piede giusto l’esperienza lavorativa.
Durante lo stage talvolta occorrevano correttivi in itinere. In alcuni casi, pochi, perché i tutor aziendali non rispettavano il percorso definito nel contratto formativo che era stato stipulato con loro; in altri casi perché lo studente era catturato dal fare, dall’essere operativo; e questo per uno stagista è il rischio più grande.
Imparare poche operazioni e farle bene fa sentire adulti, inseriti, utili, ma si apprende ben poco, perché se quell’operatività non è inserita in un contesto di cui si conosce e capisce il significato complessivo ecco che lo stage può risultare ripetitivo, non significativo, può sfumare la grande opportunità del “fare domande”, del capire nuove realtà e nuove problematiche; ma soprattutto la propria esperienza non sarà trasferibile ad altri contesti e quindi sarà veramente poco utilizzabile.
Proprio per tale motivo è fondamentale la ricostruzione sia individuale, attraverso una relazione personale, sia di gruppo attraverso incontri in aula per ripensare insieme all’esperienza effettuata e metterla in comune. Questo è un altro momento fondamentale perché ogni studente è convinto di aver svolto compiti, mansioni diverse dagli altri stagisti. E sentendo raccontare la loro esperienza mi è sempre venuto da sorridere pensando al “Trialogo”, a quel dialogo a tre che inizialmente non decollava e all’importanza di far loro ripercorre alcune fasi chiave per portarli a capire che non è tanto il tipo di lavoro che hai svolto che identifica il tuo stage e un domani il tuo lavoro, ma il modo di saperlo affrontare in autonomia e soprattutto con senso critico, non ovviamente verso il lavoro (almeno non inizialmente) ma verso il proprio percorso.
Non è un problema sbagliare (“sbagliando si impara”) se capisci cosa e perché hai sbagliato. Il guaio è quando ti sembra tutto solo una strana casualità.
Nei vari giudizi dati sui nostri studenti da parte dei tutor aziendali la voce che dava sempre maggiore soddisfazione era che, a fronte di conoscenze nella media con altri istituti, i nostri studenti sapevano organizzarsi in tempi brevi e inserirsi nel percorso proposto svolgendo il lavoro loro assegnato: un buon indicatore del raggiungimento dell’obiettivo che ci eravamo prefissati.

Il merito di questo traguardo spetta, oltre che ad aspetti del modello organizzativo e gestionale che affonda le sue radici nell’esperienza del progetto lombardo “Trialogo”, alla presenza del tutor che accompagna lo studente nella ricerca delle “domande da farsi”, nel comprendere i contesti, nel dare senso all’agire e spiegazione agli sbagli commessi: esperienza che io ho vissuto nei panni di tutor.

1 Già docente di microbiologia presso l’ITSOS “M. Curie” di Cernusco s/N.
 

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