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di Simone Donadoni
Ho vissuto un’esperienza di tutor nell’ambito del Progetto Sportello Marco Biagi (2003 - 2007), di cui voglio dare testimonianza per contribuire alla conoscenza delle pratiche e al dibattito sulla tutorship.
Il progetto Il Ministero del Lavoro, il Comune di Milano, e Italia Lavoro hanno stipulato il 14 luglio 2003 una Convenzione per realizzare un intervento straordinario, denominato “Sportello Marco Biagi”. Il progetto dello Sportello Marco Biagi si è posto come obiettivo la sperimentazione di metodologie innovative, basate sul raccordo pubblico/privato, per consentire di aumentare l’occupabilità di soggetti che hanno difficoltà a inserirsi nel mercato del lavoro. Dal punto di vista organizzativo lo Sportello era articolato in una struttura centrale e in sportelli territoriali, attivi presso le filiali delle agenzie di somministrazione partner del Comune di Milano. Nella struttura centrale hanno lavorato in compresenza tutor del Comune di Milano e tutor dipendenti dalle agenzie partner.
I destinatari Destinatari del progetto erano i lavoratori svantaggiati: “qualsiasi persona che abbia difficoltà ad entrare senza assistenza nel mercato del lavoro” […] “qualsiasi persona che desideri intraprendere o riprendere un'attività lavorativa e che non abbia lavorato, né seguito corsi di formazione, per almeno due anni, in particolare qualsiasi persona che abbia lasciato il lavoro per la difficoltà di conciliare vita lavorativa e vita familiare; qualsiasi persona con più di 50 anni priva di un posto di lavoro o in procinto di perderlo” .
Il tutor dello SMB e la presa in carico La figura del tutor è quella prevista dall’art. 13 del D.lgs 276/03, ove è indicato che, per usufruire delle misure previste per l’inserimento o il reinserimento nel mercato del lavoro dei lavoratori svantaggiati, bisogna “operare in presenza di un piano individuale […], con interventi formativi idonei e il coinvolgimento di un tutore con adeguate competenze e professionalità […]. Nel modello operativo cui fa riferimento l’articolo 13 si prevede l’avvio di un processo di “presa in carico” globale del soggetto al fine di avviare processi di inclusione sociale e lavorativa. Il tutor individuale ha rappresentato un aspetto di novità nel processo di accompagnamento al lavoro di soggetti svantaggiati. Infatti, la sperimentazione ha voluto evidenziare l’efficacia di un’azione di accompagnamento in tutte le fasi del percorso di inserimento. Il tutor viene concepito come una figura di processo che svolge azioni di presa in carico nei confronti di persone che, come chiarito, hanno difficoltà a entrare nel mercato senza un'assistenza. Il processo di presa in carico è costituito da 3 fasi: la fase conoscitiva di accoglienza, la fase di ricostruizione del profilo professionale, la fase di elaborazione di un progetto individuale nel quale vengono identificate le azioni necessarie a migliorare l'occupabilità. Il tutor accompagna la persona nelle diverse fasi del percorso di transizione al lavoro. L'obiettivo dichiarato di questa presa in carico è di “rimettere in moto nel lavoratore processi di rivalutazione di sé e riscoperta delle proprie risorse” .
Il bisogno di un lavoro La presa in carico prevede più incontri finalizzati alla progettazione di un piano di inserimento professionale. Nella maggior parte delle persone che ho incontrato nella mia esperienza di tutor presso lo Sportello Marco Biagi la difficoltà a inserirsi nel mercato del lavoro si accompagna a un'esistenza caratterizzata da problematicità e precarietà: migranti con difficoltà di lingua, over 50 con professionalità non spendibili nel mercato attuale, adulti con titoli di studio bassi e lunghi periodi di inattività professionale o con difficoltà a conciliare vita lavorativa e familiare. La dimensione temporale della presa in carico è il futuro, mentre la precarietà e la problematicità della vita delle persone incontrate rendono invasiva la dimensione del presente: extracomunitari in attesa di rinnovo, padri di famiglia disoccupati con famiglie a carico, madri sole con figli a carico, disoccupati di lungo periodo con urgenza economica, giovani inoccupati. Ho toccato con mano come i bisogni primari di queste persone ne condizionino la vita, e il loro sentimento di insicurezza renda complicata ogni ipotesi progettuale.
La relazione tra tutor e utente Per la buona riuscita della presa in carico è fondamentale la relazione di fiducia che si instaura tra il lavoratore e il tutor. E' indispensabile instaurare un clima di fiducia reciproca: gli utenti giungono allo sportello in condizioni perlopiù di urgenza economica e manifestano ampia disponibilità a ricoprire qualsiasi mansione che il mercato possa offrire loro. Con tutta probabilità sono già transitate presso alcune delle agenzie pubbliche o private di intermediazione tra domanda e offerta di lavoro e hanno maturato un atteggiamento di sfiducia. La domanda urgente che pongono, anche quando non esplicita, è quella di un lavoro come sostegno economico. Come tutor mi sono confrontato, innanzitutto, con ansie e paure, cercando di riconoscerle con l'obiettivo di contenerle. Il mio ruolo immediato è stato di fornire un'accoglienza per queste persone che hanno in primo luogo bisogno di un riparo e premure, nel rispetto della globalità della loro personalità. Nella fase di accoglienza, quando il tutor si pone come rappresentante dell'istituzione e rappresenta da un punto di vista simbolico-affettivo del percorso di presa in carico, del vissuto emotivo e affettivo collegato al percorso, ho incontrato molte persone giunte allo sportello con un carico di paure, di incertezze e di delusioni per la loro condizione di svantaggio, ma anche di forti aspettative nei confronti del servizio. Ho sperimentato come il contenimento di queste dinamiche affettive possa avvenire facilitando il riconoscimento e l'esplicitazione dell'esperienza che le persone stanno vivendo, consentendone un'elaborazione che le ponga al centro di un percorso di apprendimento.
Gli obiettivi della presa in carico Porre al centro del percorso l'esperienza dell'utente è una scelta che, oltre a consentire una buona accoglienza, pone la questione degli obiettivi del percorso. L'obiettivo della presa in carico è infatti rimettere in moto nel lavoratore processi di rivalutazione di sé e di riscoperta delle proprie risorse. Ma il percorso può costituire di per sé un riparo, una forma di accoglienza per chi è in situazione di difficoltà. A seconda delle caratteristiche delle persone incontrate, durante il percorso di presa in carico si sono potuti definire diversi obiettivi, spesso modulari tra di loro. Ho incontrato molte persone. Ad alcune di esse la presa in carico ha consentito di “operare un controllo rispetto alle proprie capacità e abilità, funzionando da evidenziatore di chiaroscuri, da ricognitore delle condizioni di partenza in vista di focalizzare obiettivi formativi”, esattamente come sostiene Maria Grazia Riva nel volume “La migrazione educativa”. Ad altre ha facilitato la raccolta di informazioni utili alla ricerca del lavoro: sui soggetti pubblici o privati che si occupano di supporto alla ricerca o di intermediazione tra domanda e offerta di lavoro, sui settori di mercato o sui contesti professionali in cui il proprio profilo è maggiormente spendibile, sulle tipologie contrattuali più diffuse. Per altri i miei incontri di tutoraggio sono stati l'occasione per ricevere un addestramento, una preparazione mirata sulle tecniche di ricerca del lavoro. Per altri ancora un supporto nel compiere una scelta in merito al loro percorso professionale. Se all'orizzonte della presa in carico vi è l'inserimento o il reinserimento al lavoro, nel corso della mia esperienza sono emersi diversi obiettivi di percorso, a seconda delle tipologie degli utenti e delle sue stesse fasi.
Il contratto Si è dimostrato utile dichiarare fin dall’inizio l'obiettivo del percorso, che costituisce l'oggetto esplicito intorno al quale tutor e utente condividono il percorso. Parlare di progetto professionale da costruire in vista dell'inserimento al lavoro fin dal primo colloquio è indicato solo con alcune premesse, la più importante è la possibilità dell'utente di proiettarsi in una dimensione temporale futura e di sentirsi meno schiacciato dall'urgenza della dimensione presente. Più opportuno è stato dunque considerare lungo il percorso gli obiettivi di volta in volta perseguibili, dichiarando da subito di essere una figura di supporto alla ricerca del lavoro.
La presa in carico come percorso di apprendimento Orientarsi nelle situazioni di transizioni è un’operazione complessa dal punto di vista cognitivo e coinvolgente dal punto di vista emotivo. E' ancora più difficile se la transizione comporta una condizione di svantaggio rispetto al mercato del lavoro e di disagio economico e sociale. Tale compito si può assolvere se, una volta prefigurata una meta, si sa dove ci si trova in quel momento, di quali mezzi si dispone, se si conoscono le strade alternative possibili, se si definiscono strategie e si individuano azioni e risorse necessarie per raggiungerli. A orientarsi si impara, non si tratta di una predisposizione innata. Nella peculiare interazione tra il soggetto e il suo ambiente di vita il processo di orientamento è dinamico. In funzione di esso occorre verificare e far acquisire le competenze per permettere a ogni snodo di attualizzare gli elementi di conoscenza di sé, i punti di forza e di debolezza, e di comprendere la struttura della realtà esterna . Quando la persona durante il momento di transizione si riconosce in un percorso di apprendimento, si modificano la sua immagine di sé, il suo modo di pensare alle relazioni con gli altri, la percezione del suo ruolo, presente e futuro, in ultimo la definizione del proprio progetto professionale e di vita.
Il racconto dell'esperienza professionale Il processo di orientamento presuppone che il soggetto apprenda e che sia oggetto di conoscenza, di valutazione e confronto con il mondo esterno. Il tutor responsabile di questo processo fornisce accoglienza alla persona, mettendosi in una posizione di ascolto non giudicante e cercando di contenerne le ansie, rappresentando l'istituzione e condividendo le finalità e gli obiettivi del colloquio/percorso e le risorse a disposizione. A partire dall'ascolto, ho assunto come tutor il compito di facilitatore della ricostruzione dell'esperienza della persona, al fine di aiutarla a evidenziare il profilo professionale e analizzare le competenze possedute: la storia professionale rappresenta infatti l'oggetto del percorso di presa in carico. Durante l'analisi della storia professionale ho tentato di coinvolgere i partecipanti in un processo di valutazione delle esperienze passate; l’ho fatto istituendo momenti di riflessione, ricognizione e, quando possibile, di elaborazione delle stesse, con l'obiettivo di avviare un percorso di autovalutazione degli apprendimenti, ma anche delle resistenze e delle difficoltà incontrate. A partire da questa ricostruzione è stato più facile effettuare un confronto con i profili richiesti dal mercato, individuare il settore di mercato in cui la persona è più occupabile, analizzarne i bisogni formativi, ricercare le informazioni sulla realtà esterna, costruire strumenti di ricerca del lavoro, riconoscere gli obiettivi del percorso e condividerli con l'utente.
La conduzione del colloquio Molte delle persone incontrate hanno manifestato difficoltà e resistenze nel racconto del proprio passato. Nella mia esperienza le metodologie di conduzione dei colloqui si sono scontrate con la difficoltà ad esprimere la dimensione soggettiva . Spesso il racconto della storia personale in un momento di disagio socioeconomico diventa imbarazzante o è considerato un esercizio inutile, come se le ferite rimaste e il disagio presente fossero “troppo” per potersi esprimere. Quando nel racconto emerge un sé, questo testimonia una condizione di abbandono e isolamento, evidenzia una serie di tentativi reiterari di reinserimento nel mercato andati a vuoto, manifesta sfiducia nei confronti di un’organizzazione sociale che non sa rispondere al bisogno ed è sorda a una manifesta disponibilità al lavoro. Si evidenzia una difficoltà straordinaria a mediare ciò che è sedimentato nell'interno con ciò che si deve affrontare all'esterno. Ho sperimentato che si tratta di persone portatrici di “un linguaggio concreto, operativo, utile per governare le transizioni della vita quotidiana, meno qualificato per descrivere esperienze personali, sia di tipo esterno che interno”, come sostiene Paolo Mottana nel volume “La migrazione educativa”.
La rappresentazione e il presidio dei confini Nelle persone che ho incontrato spesso si è manifestata un'ansia legata alla paura di dare vita a un nuovo progetto di sviluppo che può riuscire, ma anche fallire. Un'esperienza di fallimento come la perdita del lavoro può generare l'oscillazione tra fantasie irrealistiche di dare alla luce un nuovo sé eccezionale e la paura di fallire di nuovo. Nel movimento tra il reale, il possibile e il desiderato i partecipanti hanno difficoltà a distinguere il reale da ciò che è solo immaginabile . Il ruolo fondamentale del tutor in questo caso è stato di rappresentare e presidiare i confini psichici e istituzionali presenti nel percorso di presa in carico: svolgendo la funzione di esame di realtà, promuovendo una più adeguata consapevolezza rispetto ai limiti e risorse personali, alle difficoltà del contesto e alle sue opportunità, agli obiettivi perseguibili nell'immediato e a quelli più a medio-lungo termine. Un obiettivo professionale può infatti rilevarsi nell'immediato irraggiungibile, in quanto le competenze da colmare sono troppe o troppo bassa la domanda di mercato; in altre situazioni è necessario un percorso di studi molto impegnativo che comporta l'impossibilità di svolgere un lavoro nell'immediato; in altre ancora si intuisce che probabilmente non si è cercato il lavoro con gli strumenti adeguati, oppure, come nei più giovani, ci si ostina a voler realizzare un desiderio di indipendenza, trascurando opportunità più a medio termine ma più coerenti con il proprio percorso.
Il progetto nella struttura dello Sportello La presa in carico non ha previsto la sola relazione tra tutor e utente. Nella struttura organizzativa dello Sportello ho condiviso il profilo dell'utente con il coordinatore, l'ho proposto alle colleghe di agenzia, ho considerato gli esiti dai colloqui delle selezionatrici di agenzia e aziendali, ho ricondiviso con l'utente lungo il percorso i suoi obbiettivi e valutato nuove opportunità, ho monitorato l'esperienza dell'utente nell'ambito dei percorsi formativi organizzati presso o in collaborazione con lo Sportello. La struttura organizzativa dello SMB, con il suo nucleo centrale e le agenzie partner, ha consentito di avvicinare la realtà delle aziende responsabili della domanda di mercato, la cui sensibilità è rimasta comunque orientata a una rapida soddisfazione della necessità di integrare l'organico. Tutor del Comune, tutor e selezionatori/trici delle Agenzie, formatori interni allo Sportello o esterni dei percorsi formativi hanno costituito nei casi più riusciti l'equipe di riferimento per la costruzione dei progetti individuali di accompagnamento al lavoro. Nella mia esperienza presso lo Sportello Marco Biagi il tutor cerca di mantenere il collegamento tra i diversi attori del percorso di presa in carico, di integrare le diverse risorse messe a disposizione, di connettere i diversi momenti del percorso: quello informativo e consulenziale nella relazione con il tutor, quello formativo durante i corsi di formazione, quello di pre-selezione presso le agenzie e di selezione/inserimento al lavoro presso le aziende.
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