Bacheca delle esperienze
| La mia esperienza di referente del Progetto Tutor di Rinascita |
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di Norina Vitali Ho insegnato nella scuola media sperimentale “Rinascita-A.Livi” di Milano dal 1987 al 2008, anno in cui sono andata in pensione. In questa scuola ho attivamente collaborato alla stesura di vari progetti di sperimentazione e sono stata referente fin dall’inizio del Progetto Tutor, coordinatrice del gruppo che ha progettato questa sperimentazione. Storia del progetto, caratteristiche, punti di forza e di debolezza Fin dall’inizio degli anni ’80, la scuola ha sempre avuto nei suoi progetti una particolare attenzione per gli aspetti affettivo-relazionali, ritenuti, nel processo di apprendimento, inscindibili da quelli cognitivi. Proprio in questa ottica, dal 1991, è stato avviato un progetto di sperimentazione della figura del tutor, considerata una risorsa all’interno della più complessa strategia formativa della scuola. Durante il primo anno l’esperienza è stata preceduta e supportata in itinere da un lavoro di formazione, condotto dal prof. Duccio Demetrio, rivolto a un gruppo di insegnanti, rappresentanti di ogni corso. Il gruppo, utilizzando la modalità della ricerca-azione, ha elaborato, in continua interazione con i docenti nei vari corsi, un modello di figura di tutor. Durante il primo anno ogni corso ha sperimentato una figura di tutor con caratteristiche leggermente diverse (ad esempio la modalità di assegnazione). Dal secondo anno, in seguito ad una riflessione sui punti di forza e di debolezza delle diverse scelte, è stato definito un unico modello, adottato da tutta la scuola. La formazione in itinere è continuata nel corso degli anni con la prof.ssa Laura Formenti. Queste esperienze di formazione sono state per noi davvero essenziali anche perché hanno assunto sempre la forma di ricerca-azione, non di “aggiornamento”. Il progetto ha coinvolto fin dall’inizio tutti gli alunni e tutti gli insegnanti, cioè tutti gli insegnanti sono tutor e tutti gli alunni hanno un tutor. L’ipotesi da cui è partita la sperimentazione è che ogni alunno debba avere nella scuola un adulto di riferimento, un suo insegnante che lo accompagni nel suo percorso formativo, che lo ascolti, che si interessi a lui, che “connetta” ciò che la scuola separa (saperi, materie, relazioni, emozioni, vita dentro e fuori dalla scuola, …) e che riporti questa ”visione ri-composta” al Consiglio di classe per rendere il più efficace possibile il lavoro di équipe. Il principale compito del tutor è quello di aiutare lo studente ad acquisire consapevolezza del suo percorso, a individuare i suoi punti di forza e le sue difficoltà, ad affrontare i suoi problemi, a raggiungere una sua autonomia. I suoi compiti sono: facilitare la comunicazione tra alunni, docenti, genitori; facilitare la relazione tra alunno e scuola come istituzione, ma anche le relazioni dell’alunno con compagni e insegnanti, individuando eventuali disagi; facilitare l’acquisizione di consapevolezza del percorso di apprendimento e l’autovalutazione; rendere la valutazione più efficace, individualizzata e funzionale al percorso. Il tutor svolge le sue funzioni soprattutto attraverso colloqui con il proprio tutorato, ma anche con la famiglia e nel Consiglio di classe. L’importanza e l’efficacia di questa figura è stata confermata anche da una serie di momenti di verifica effettuati attraverso questionari somministrati ad alunni, insegnanti e genitori che, praticamente all’unanimità, si sono sempre espressi favorevolmente sulla sperimentazione. Nel corso degli anni il progetto è stato monitorato da una commissione composta da un insegnante per corso e da me, referente del progetto. Un dispositivo che negli anni si è dimostrato essenziale è lo sportello psicologico (supporto/supervisione ai tutor e agli insegnanti per i casi particolarmente complessi) monitorato dalla commissione alla quale si affianca, naturalmente, anche la psicologa. Nella nostra esperienza ci siamo resi conto tra l’altro che essere tutor influisce sul modo di essere insegnanti nel senso che ha una “ricaduta” anche sul modo di relazionarsi con la classe, accresce e affina le competenze relazionali e comunicative dell’insegnante, diventa una sorta di "formazione in servizio" in cui lo stimolo della formazione (si potrebbe dire l'artefice stesso della formazione) è il tutorato. Riflettendo su questa esperienza, posso individuare alcuni “punti di debolezza” strettamente interrelati. Un problema è quello della “disomogeneità” nell’essere tutor. Questa disomogeneità si manifesta soprattutto nella gestione dei colloqui, ma anche nella relazione con i tutorati e con le famiglie (in alcuni casi eccessivamente “stretta”, in altri eccessivamente “formale”): una naturale differenza legata alle diverse personalità è ovvia, ma vanno continuamente riconvenzionati dei parametri comuni cui tutti dovrebbero attenersi. Un altro punto di debolezza consiste in una certa difficoltà per un insegnante di entrare in questa relazione a due. Il tutor non è lì per risolvere i problemi, ma per aiutare a definirli, per trovare insieme possibili strategie per superarli. Per fare questo è necessario che si ponga nella relazione in modo diverso dall’insegnante nella relazione con la classe. In classe, infatti, l’oggetto del sapere è la specifica materia da insegnare e l’insegnante è “detentore del sapere”, mentre nel colloquio tutor-tutorato l’oggetto del sapere è il rapporto del ragazzo con il sapere, il suo apprendimento, l’adulto “non sa”. Questa è una reale difficoltà per il tutor, perché gli insegnanti soffrono di una particolare “deformazione professionale”: la convinzione di avere, di dover avere, la risposta giusta ad ogni domanda, di dover risolvere ogni problema. E se questo non è possibile, se non ci riescono, si sentono inadeguati. Legata a questa, un’altra “deformazione professionale” da tenere sotto controllo è quella del pre-giudizio, del “so già…”: “so già che tipo sei, cosa dirti, cosa devi fare…”. Questo inibisce la curiosità, una caratteristica essenziale per un tutor. Insomma l’insegnante parla, dà consigli, il tutor dovrebbe saper ascoltare e, per far questo, dovrebbe saper tacere… quando serve. Queste difficoltà ci permettono di mettere a fuoco un altro punto di debolezza che consiste nel fatto che la funzione del tutor non “va a regime”. Fare il tutor richiede una continua formazione e autoformazione, richiede condivisione e riflessione delle/sulle esperienze e purtroppo oggi nella scuola ci sono sempre meno tempo e risorse per fare ciò. Il tutor, più che l’insegnante, si trova in situazioni particolari nelle quali non sa come comportarsi, non sa trovare risposte. Quindi fare il tutor fa sentire più forte il bisogno di confronto, di supervisione, fa sentire l’esigenza di approfondire, affinare competenze quali l’ascolto, l’empatia, la relazione, la comunicazione, la conduzione dei colloqui: competenze che peraltro dovrebbero far parte della professionalità di ogni docente. Tale formazione non dovrebbe essere fatta solo all’inizio dell’esperienza, ma dovrebbe essere continuativa o comunque ripresa periodicamente e potrebbe efficacemente alternarsi all’autoformazione. La ricerca, i progetti di rete Come referente del Progetto tutor di Rinascita ho sempre cercato di favorire la diffusione della nostra esperienza e promuovere un lavoro di ricerca con altre scuole. Nel 1995 abbiamo partecipato, insieme ad altre scuole di Milano e della Lombardia, a una ricerca sulla figura del tutor promossa dall’IRRSAE Lombardia e coordinata dalla prof. Pinuccia Samek. Visto l’interesse nella scuola per questa figura e l’esigenza di scambio e confronto di esperienze, dal 1998 Rinascita è stata promotrice di una serie di progetti di rete sul tutor che hanno visto coinvolte numerose scuole medie e superiori di Milano e provincia, che si sono confrontate sulle caratteristiche di questa figura. Si è trattato di un lavoro di ricerca-azione, formazione e autoformazione che ha permesso il monitoraggio dei progetti e ha sortito l’estendersi della figura del tutor e la produzione di strumenti. Il lavoro di condivisione delle esperienze e di confronto dei modelli ha permesso inoltre alle scuole che già avevano la figura del tutor di arricchire i loro progetti fornendo elementi di riflessione e spunti per eventuali modifiche, integrazioni e miglioramenti anche per quanto riguarda gli strumenti usati; alle scuole che non avevano un progetto tutor di ipotizzare la sperimentazione di questa figura e di acquisire elementi e materiale utili alla stesura di un loro progetto. Dal confronto e dalla discussione sui temi legati alla funzione del tutor sono emerse conferme sulla validità di questa figura e riflessioni significative rispetto alle caratteristiche e alla particolarità della relazione educativa e alle modalità di conduzione dei colloqui. Nell’ambito di uno di questi progetti di rete, “Il tutor nella scuola media e superiore” di cui la scuola è stata promotrice insieme all’ITIS M. Curie di Milano nell’anno scolastico 2002/2003, si sono realizzati: il supporto e monitoraggio dei progetti tutor in atto nelle due scuole, il confronto e l’elaborazione di modelli integrati (medie e superiori) di tutor, una ricerca-azione particolarmente interessante sulla facilitazione metacognitiva del tutor (realizzata con il supporto della prof. Laura Formenti), uno sportello di consulenza psicologica per il tutor (progetto di psicologia scolastica promosso dall’ASL Città di Milano), il monitoraggio dell’intervento della psicologa. A conclusione del progetto di rete, nel settembre 2003, è stato organizzato il seminario “Il tutor nella scuola” cui hanno partecipato numerose scuole medie e superiori di Milano e provincia. Molto è stato prodotto e molto ci sarebbe da riferire sull’esperienza dei progetti di rete. Intendo qui fare soltanto una breve riflessione. Proprio perché l’istituzione del tutor nasce come risposta a problemi reali delle scuole, tale risposta deve tenere conto delle specificità di ogni scuola, delle caratteristiche, dei vincoli e delle risorse. Non esiste quindi “il progetto tutor”, ma tanti progetti tutor: non c’è un unico modo di “fare il tutor”. E’ comunque indispensabile che il progetto venga riconosciuto e “assunto” da tutto il collegio e coinvolga il maggior numero possibile di docenti. Un’ultima riflessione sulla legge Moratti del 2003 (Legge 53) che ha rappresentato un grosso ostacolo, anzi un vero e proprio “blocco” alla diffusione del tutor nelle scuole. Questa “riforma” nei suoi decreti applicativi prevedeva l’introduzione di questa figura in tutti gli ordini di scuola: un solo tutor per tutti gli studenti di una classe (di solito il coordinatore). Questo modello prevedeva un eccessivo carico di lavoro, che ha - giustamente - spaventato gli insegnanti. Nell’esperienza consolidata della nostra scuola, ogni tutor, per svolgere in modo adeguato la propria funzione, può avere un numero limitato di tutorati (entro la decina). La presenza di più tutor in ogni classe consente di ovviare al problema del carico di lavoro, ma anche il dannoso fenomeno della “delega” da parte dei docenti. Il tutor infatti non deve essere una sorta di factotum, un insegnante che si assume la delega della gestione dei problemi, bensì un “mediatore” che deve facilitare l’attuazione degli interventi individuati e la gestione degli aspetti problematici attraverso un lavoro di équipe del Consiglio di classe. Per saperne di più: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.
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